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Alzheimer, la malattia del secolo.

Viene definita come la malattia del secolo, l’Alzheimer è veramente una sfida nuova con cui l’uomo moderno deve confrontarsi.

Si tratta di una patologia neurodegenerativa che porta ad un progressivo declino delle capacità cognitive dell’individuo.



E’ caratterizzata da un esordio insidioso. Inizialmente, si verificano piccoli episodi di dimenticanze fino a che non vengono compromesse altre funzioni cognitive.

Comunemente, è possibile distinguere tre differenti fasi della malattia.



Nella fase iniziale, la malattia causa una certa apatia dell’individuo, una diminuita motivazione nel voler intraprendere attività, diminuzione dell’interesse anche per quelle attività che prima risultavano piacevoli.

Le dimenticanze compaiono in maniera saltuaria, apparendo quasi episodi normali derivanti dal processo dell’invecchiamento. Anche la personalità subisce dei leggeri cambiamenti, alcuni tratti diventano talvolta esasperati.


Nella seconda fase, che può durare anni, il paziente mostra segni di disorientamento spazio-temporale, difficoltà nel linguaggio e nella pianificazione di sequenze di azioni orientate ad un obiettivo.


Nella fase terminale della malattia, il paziente perde la propria autonomia anche in azioni che sono state automatiche per tutta la vita.


Non c’è ancora una spiegazione chiara sulle cause dell’Alzheimer, ma quello che studi scientifici riportano è che c’entrerebbe un’alterazione del metabolismo di proteine con un accumulo di aggregati, con l’effetto finale di neurotossicità. In poche parole, nel cervello si creano delle placche che bloccano la normale comunicazione tra neuroni nel cervello. Gli studi da fare su questa patologia sono ancora tanti per poter svelare completamente l’origine della malattia, così da poterla prevenire oltre che curare.


Attualmente, studi evidence based, dimostrano che trattamenti non farmacologici possono contribuire ad un rallentamento della patologia. Esistono diversi tipi di intervento, individuale, di gruppo, che coinvolgono anche il caregiver.


L’obiettivo è quello di sviluppare il maggior grado di benessere che il paziente possa raggiungere con la sua patologia, così da continuare a trovare risorse anche di fronte la drammaticità di tale condizione.



 
 
 

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